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LA CREAZIONE DI UN'ARCHITETTURA
SISTEMATICA E TRASMISSIBILE
Palladio è probabilmente il più influente ed il più
conosciuto tra gli architetti che siano vissuti prima del secolo
che sta per finire. La sua fama e la sua reputazione sopravvissero
al Barocco, al gusto neo-gotico, alle invettive che Ruskin gli rivolse,
e al movimento moderno, che nella sua fase ultima si riconciliò
pienamente, grazie agli scritti di Rudolf Wittkower e Colin Rowe,
con l'architetto delle ville razionali ed armoniosamente proporzionate.
La citazione eclettica e spesso pedestre degli elementi del linguaggio
di Palladio, come la loggia di villa Poiana, ha mantenuto il suo
nome familiare e viva la fama del suo libro. Ma allo stesso tempo
ha aiutato gli osservatori più attenti a capire la differenza
del sistema architettonico di Palladio, in cui struttura ed ornamento,
forma e funzione sono perfettamente integrati, dal gesto del pasticcere
che aggiunge un'altra decorazione alla sua torta.
La reputazione di Palladio, bersaglio della critica od oggetto di
elogio, ha subito varie trasformazioni e distorsioni: è stato
visto come fonte di regole infallibili e buon gusto, oppure considerato
nemico dell'architettura moralmente virtuosa (moderna o neo-gotica
che fosse). Nella presente mostra viene illustrato e analizzato
un ampio periodo dell'attenzione dedicata all'architetto ed al suo
libro. La sezione strettamente dedicata a Palladio cerca invece
di avvicinarci alla sua figura in modo da indicare anche le divergenze
da coloro che, in date più tarde e in altri luoghi, si sono
serviti delle sue idee e composizioni come punto di partenza per
disegni che spesso dovevano incontrare esigenze diverse o impiegare
materiali differenti da quelli con cui Palladio aveva familiarità.
Chi era Palladio? Quali erano le sue idee sull'architettura, e come
vi giunse? Quale il carattere del suo contributo allo sviluppo della
cultura e delle forme architettoniche? Egli si differenzia dagli
altri grandi architetti italiani ed europei del suo tempo? li supera?
Sono queste le domande che spesso ritornano nella sterminata letteratura
sull'architetto vicentino; ed io qui voglio soltanto abbozzare delle
risposte possibili, come prefazione ad una mostra che concerne principalmente
ciò che fecero, con i disegni e le idee di Palladio, gli
architetti ed i mecenati del Nord Europa.
PALLADIO E I SUOI CONTEMPORANEI
Sarebbe difficile sostenere che Palladio superi per originalità
e abilità gli altri architetti che operarono tra il 1420
e il 1580. Questo è infatti un periodo in cui l'architettura
viene riconosciuta come forma di espressione culturale eminente,
strettamente legata alla rappresentazione del potere, della ricchezza,
del prestigio, e viene vista come uno strumento per plasmare, controllare
e migliorare il carattere e la qualità della vita sia
pubblica che privata.
Brunelleschi (1377-1446) dimostrò una formidabile inventiva
tecnica e strutturale nel disegno della cupola di Santa Maria del
Fiore a Firenze. Nelle altre sue opere egli riscoprì in parte
ed in parte inventò un linguaggio di forme e motivi architettonici
che ha segnato la strada percorsa dai suoi successori. Leon Battista
Alberti (1404-1472) fece ancora di più: egli intuì
l'importanza e la potenzialità dell'architettura come spazio
della vita sociale e religiosa; e comprese come essa costituisse
per gli antichi un corpo articolato di saperi, che permetteva di
trovare una soluzione razionale ad ogni questione connessa alla
costruzione e al controllo dell'ambiente abitato. Nel suo libro
De Re Aedificatoria (scritto prima del 1452, ma pubblicato per la
prima volta nel 1485) egli tentò, basandosi su testi scritti
e sui monumenti sopravissuti, di riunire ogni aspetto della scienza
e dell'arte architettonica dei romani per mostrare come esse potessero
essere applicate alle necessità del presente. Alberti non
fu solo uno studioso e un conoscitore dell'antichità: il
suo spiccato interesse per i materiali e le tecniche derivava dal
contatto con gli artigiani, dall'osservazione diretta, dalla sperimentazione
e dalla sua pratica architettonica. Alberti non era unicamente un
ricercatore sistematico la cui vigorosa intelligenza riusciva a
dare una struttura teorica a ciò che osservava e studiava,
ma anche un brillante scrittore, un artista con esperienza nel campo
della pittura e della scultura, in contatto con i maggiori artisti
fiorentini del suo tempo, Brunelleschi, Ghiberti, Donatello e Masaccio.
La sua ampia cultura, la sua chiarezza di pensiero e il suo talento
artistico si riflettono nei suoi progetti architettonici, che esemplificano
e in un certo senso illustrano le idee presenti nel suo libro -
un libro che forse egli lasciò senza illustazioni deliberatamente,
per non distogliere l'attenzione dal principale messaggio che voleva
trasmettere. Il trattato dell'Alberti, insieme a Vitruvio, fu per
Palladio il testo chiave per le questioni architettoniche.
Negli anni che trascorse a Roma(1499-1514), Bramante attinse alle
idee albertiane e seguì l'indicazione dell'Alberti di studiare
gli edifici degli antichi proprio come i letterati ne studiavano
gli scritti. Bramante fu il primo ad usare il sistema degli ordini
classici quale linguaggio espressivo che può essere impiegato
e variato a seconda della natura e della dimensione dell'edificio:
l'ordine dorico viene usato sia per il tempietto di San Pietro in
Montorio che per il cortile inferiore del Belvedere al Vaticano,
ma il piccolo tempietto avrà una delicata cornice lineare,
mentre l'enorme cortile del Belvedere una cornice fortemente aggettante
sostenuta da mutuli massicci. La risoluta volontà e le grandi
risorse finanziarie che papa Giulio II dedicava all'edificazione
permisero a Bramante di sperimentare i disegni a vasta scala. Al
Belvedere, al palazzo dei Tribunali e a San Pietro Bramante si mostrò
pienamente capace di portare avanti progetti unitari, ispirato dalle
terme, dal Pantheon e da altri grandi monumenti romani, nei quali
la chiarezza strutturale si combinava con l'articolazione murariara
e al disegno dei dettagli. Una concezione tanto grandiosa, basata
sullo studio attento dell'antico, si può trovare nel disegno
di Raffaello per Villa Madama, un'opera che, come la chiesa di San
Biagio e il Tempietto di Bramante, fu studiata e disegnata da Palladio.
Nel panorama dell'architettura del sedicesimo secolo,
Palladio è una figura d'eccezione. Egli non viene dall'Italia
centrale, dove erano nati o avevano svolto il loro apprendistato
i più grandi architetti che lo influenzarono, bensì
dal Veneto: era nato a Padova, ma dall'età di sedici anni
aveva vissuto e lavorato a Vicenza. Non comune era anche il suo
tirocinio, che non fu da pittore (come Bramante, Raffaello, Peruzzi
e Giulio Romano), né da scultore (come Sansovino e Michelangelo),
ma da tagliapietra. Infatti, se non fosse stato per i suoi contatti,
a partire dalla seconda metà degli anni trenta, con il nobile
e scrittore vicentino GianGiorgio Trissino (1478-1550), Palladio
sarebbe probabilmente rimasto un abile ed intelligente artigiano,
capace forse di disegnare portali e monumenti funebri, ma senza
la cultura e l'abilità intellettuale che in questo momento
erano necessarie ad un vero architetto. Certamente egli non sarebbe
stato trasformato dal maestro Andrea di Pietro nel famoso architetto
Andrea Palladio, secondo il sofisticato nome romano che Trissino
inventò per lui.
La figura di Trissino fu determinante per Palladio
in molti sensi: era lui stesso un dilettante d'architettura molto
dotato che fece dei disegni per ricostruire il proprio palazzo cittadino;
a metà degli anni trenta rimodellò anche, in linea
con la contemporanea architettura romana, la sua residenza suburbana
a Cricoli, appena fuori Vicenza. Trissino, che era stato un membro
del ristretto circolo culturale di papa Leone X Medici, e che aveva
conosciuto Raffaello, doveva avere ben presente la villa di Poggio
a Caiano, ideata dal committente Lorenzo dei Medici e dal suo architetto
Giuliano da Sangallo: a Poggio si trova un'anticipazione dell'unione
gerarchica di stanze di dimensioni differenti intorno ad un salone
centrale voltato tipica di Palladio, ma anche, per la prima volta,
il frontone di un tempio applicato alla facciata di un edificio
residenziale del Rinascimento. A Cricoli Trissino aveva già
impiegato un sistema di stanze di dimensioni diverse, e uno schema
di proporzioni interrelate, stabilendo quindi quello che doveva
diventare un elemento chiave nel sistema progettuale palladiano.
Trissino ebbe grande importanza per Palladio ancora in altri modi.
A livello pratico, egli ebbe quasi certamente un ruolo determinante
nel raccomandarlo agli altri patrizi vicentini durante i primi anni
della sua attività. E fu ancora con Trissino che Palladio
fece quei viaggi a Roma che, negli anni quaranta del Cinquecento,
gli rivelarono quel carattere dell'architettura antica e moderna
nella città che egli aveva conosciuto fino ad allora solo
attraverso il Quarto Libro (1537) e il Terzo Libro (1540) di Sebastiano
Serlio. Trent'anni dopo Palladio ricorderà come avesse trovato
le costruzioni antiche "di molto maggiore osservatione degne,
ch'io non mi aveva prima pensato" (Quattro Libri, 1, p. 5).
Queste opere, viste con occhi nuovi in età piuttosto matura,
ebbero su di lui un impatto estremamente forte e gli fornirono un'ampia
gamma di modelli che egli immediatamente adattò ai suoi lavori.
Molto probabilmente Trissino guidò Palladio anche nelle sue
prime letture di Vitruvio. Non si sa se Palladio fosse in grado
di leggere il latino; ma anche se non lo fosse stato (e comunque
non bisogna escludere che egli possedesse una sufficiente conoscenza
della lingua) intorno al 1540 era già possibile accedere
a molte opere fondamentali latine e greche in versione italiana
(il trattato dell'Alberti, ad esempio, appare in una traduzione
italiana già nel 1546). Il che doveva essere di grande aiuto
agli sforzi compiuti da Palladio per acquisire una cultura di ampio
raggio ed assimilare testi che presentavano difficoltà anche
agli studiosi.
TRISSINO E GLI ASPETTI
LINGUISTICI DELL'ARCHITETTURA DI PALLADIO
Se torniamo alla questione del modo in cui Palladio somiglia e si
distingue dai suoi contemporanei e dagli autori dei "classici
moderni" che egli studiò a Roma e altrove, allora emerge
quello che è forse il suo più grande debito nei confronti
del Trissino.
Bramante, Raffaello, Peruzzi, Antonio da Sangallo il Giovane, Giulio
Romano, Falconetto, Sanmicheli e Sansovino ebbero tutti una considerevole
influenza su Palladio quando era trentenne. Tutti costoro impiegavano
nelle loro opere gli ordini classici in un modo che non era del
tutto fedele, ma che anzi rappresentava un compromesso tra la lettera
di Vitruvio e la pratica osservabile negli antichi architetti romani.
Tutti costoro incorporavano nelle loro opere schemi sia planimetrici
che di alzato derivati dall'antico. E in questo erano del tutto
simili a Palladio. La grande differenza tuttavia, consiste nel fatto
che a partire dagli anni quaranta l'architetto vicentino farà
uso di una serie stabilita di tipi generali, di forme differenti
di stanze, di forme degli ordini. Egli vedeva la distanza tra le
colonne come componente essenziale di ogni ordine: due diametri
di colonna e mezzo, ad esempio, come intercolumnio per l'ordine
ionico e due diametri per il corinzio. L'ordine diviene quindi,
per la prima volta nell'architettura del Rinascimento, un potenziale
generatore di schemi sia bidimensionali che tridimensionali. L'opera
di Palladio mostra un'aderenza ad un sistema di progettazione che
fa uso d'una grammatica di forme e proporzioni e di un "misurato
vocabolario" di motivi. I suoi immediati predecessori e i suoi
contemporanei più anziani sono meno sistematici. Vi sono
ragioni per questo. Costoro in un certo qual senso inventavano e
variavano man mano le regole, progredendo come architetti di opera
in opera. Sovente poi essi si trovavano a doversi confrontare con
commissioni tanto nuove ed inusuali (come Bramante con San Pietro,
col Cortile del Belvedere, col Tempietto; Raffaello con Villa Madama;
Giulio con Palazzo del Te; Michelangelo con la Sacrestia Nuova e
la Biblioteca Laurenziana; Sansovino con la Libreria) che non vi
era alcuna regola, norma o tipo di edificio contemporaneo potesse
essere utile per raggiungere un disegno soddisfacente.
Lo stesso Palladio dovette confrontarsi con problemi unici, "irripetibili":
la Loggia della Basilica di Vicenza, palazzo Chiericati, il Teatro
Olimpico, le sue due grandi chiese veneziane, il ponte di Rialto.
Ma il maggior numero - ed era un gran numero - delle sue commissioni
erano per residenze di città e ancor più di campagna,
che avevano necessità e requisiti piuttosto simili. Nessun
architetto fino allora, neanche Antonio da Sangallo il Giovane,
aveva avuto tante commissioni di ville e palazzi. Ciò rendeva
auspicabile un sistema di forme e dimensioni ottimali prestabilite,
se non altro come modo di ridurre la quantità di lavoro necessaria
per progettare ogni singolo edificio. All'inizio della sua carriera
Palladio si rese conto che non era necessario decidere per ogni
fabbrica quanto dovessero essere larghe ed alte le porte interne,
quale forma dovessero avere le scale, o quali profili e proporzioni
dare al capitello dorico. Era sufficiente stabilire una serie di
forme standard, certo tali da essere modificate quando fosse stato
necessario, ma in genere applicabili alla maggior parte dei progetti.
L'architettura di Palladio quindi, più di quella di ogni
altro architetto del Rinascimento, è fondata su una serie
di elementi concepiti con cura e concettualmente precostituiti:
si può osservare come questi elementi venissero combinati
flessibilmente e creativamente in un disegno (RIBA XI/22 verso)
in cui egli genera rapidamente venti schizzi differenti per la pianta
di un palazzo.
Il senso comune aveva un ruolo nell'elaborazione di questo sistema,
così come le consuetudini di lavoro degli artigiani e dei
tagliapietra a Venezia e nel Veneto. I mastri veneziani erano abituati
da lungo tempo ad ordinare alle cave blocchi di dimensioni standardizzate
e ad usare forme e misure unificate per le porte, per le finestre
e le colonne. Ma la corrispondenza dei propositi di Palladio con
la creazione di un'architettura di forme, proporzioni prefissate,
principî messi in opera con regolarità, è un
atteggiamento cosciente, che deriva probabilmente dalle molte ore
e i molti giorni che egli spese discutendo con Trissino. Trissino
era uno dei più autorevoli teorici di ortografia, grammatica
e teoria letteraria del suo tempo. Come altri letterati suoi contemporanei
egli era interessato, in un periodo in cui, a parte la forma toscana
impiegata da Dante, Petrarca e Boccaccio, non vi era un versione
letteraria canonica della lingua, al problema della maniera più
appropriata di scrivere in italiano. Trissino tuttavia andava al
di là di questa preoccupazione per la forma di italiano più
"corretta", fino a comprendere che l'effetto letterario
dipende dalla grammatica e dalla scelta del vocabolario. E' possibile
che lo stesso Trissino vedesse il parallelo tra la struttura linguistica
e l'approccio strutturato al disegno architettonico; d'altra parte,
per un processo di osmosi intellettuale, Palladio, aiutato dalle
sue letture di Vitruvio e Alberti, potrebbe aver trasferito all'architettura
il punto di vista del Trissino sulle relazioni tra lo stile letterario
e le regole linguistiche. In ogni caso la sua architettura assumeva
un carattere linguistico e grammaticale che, consciamente o inconsciamente,
era riconosciuto e approvato dagli intellettuali umanisti, come
il suo amico e committente Daniele Barbaro. Per Barbaro, come per
i suoi amici colti, Palladio offriva qualcosa che neanche il grande
e tanto inventivo Sansovino poteva offrire: un'architettura davvero
razionale, basata non solo (come raccomandava l'Alberti) sull'applicazione
della ragione e dei principî derivati dalla natura, ma strutturata
sulla falsariga della linguistica umanista. La preferenza di Barbaro
per l'approccio sistematico di Palladio all'architettura lo spinse
ad ottenere per l'architetto vicentino, a partire dalla fine degli
anni '50, una serie di commissioni ecclesiastiche proprio a Venezia
(la facciata di S. Francesco della Vigna, il refettorio e chiesa
di S. Giorgio Maggiore, la ricostruzione del Convento della Carità),
che altrimenti sarebbero state affidate all'anziano, ma ancora molto
rispettato, Sansovino.
L'AFFERMAZIONE DI PALLADIO
COME ARCHITETTO
Non è esattamente chiaro come Palladio, dall'esecuzione manuale
di difficili dettagli come i capitelli, e dalla progettazione di
opere su piccola scala, sia divenuto, dapprima occasionalmente e
poi integralmente, un architetto che lavorava non più con
gli strumenti dello scalpellino, ma con la mente, con i libri, con
squadra e penna, e con i suoi disegni dell'antico. E' documentato
che nel 1540 egli fece un disegno per la villa Godi a Lonedo, ma
per quella data il suo effettivo intervento era probabilmente limitato,
dal momento che il tracciato delle fondazioni della grande villa
era già stato stabilito e non corrisponde alla divisione
preferita da Palladio per la pianta di una villa in suites di stanze
(generalmente tre) di forme e dimensioni differenti. Più
importante è il suo lavoro per palazzo Civena (per quattro
fratelli, ricchi ma socialmente irrilevanti) del quale ci restano
diversi disegni. Il palazzo originariamente apparteneva ad Aurelio
dell'Acqua, amico del Trissino, ed è possibile ipotizzare
che Trissino e Palladio avessero già fatto dei disegni per
la ricostruzione prima che, nel 1540, fosse acquistato dalla famiglia
Civena. Nei progetti non realizzati per villa Pisani al Bagnolo,
ed altri disegni di Palladio per diverse ville databili intorno
al 1542, si può osservare da subito l'impatto che la prima
visita a Roma ebbe sull'architetto. Appaiono, con entusiastica abbondanza,
motivi derivanti dalle Terme, dal Cortile del Belvedere e da Villa
Madama. Nel disegno finale questi elementi vengono semplificati
e ridotti per lasciar posto a spazi abitabili e per non gravare
eccessivamente sulle finanze dei committenti. In ogni caso, l'architettura
che nasce dal lavoro di Palladio negli anni intorno al 1542, con
alti saloni voltati a botte o a vela, con ampie logge e transenne
di colonne, è quella che lo accompagnerà per tutta
la carriera, in attesa della migliore occasione d'essere usata,
come nelle chiese di San Giorgio Maggiore e del Redentore a Venezia.
Anche la costruzione di villa Pisani è sorprendente per la
nobiltà della sua loggia absidata e del suo grande salone
voltato: una tale altezza e magnificenza a questa data erano comuni
solo alle chiese più importanti, e l'architettura della villa
deve aver sorpreso, se non stupito molti di quelli che la vedevano
per la prima volta.
L'ARCHITETTURA DELLA
VILLA
Nel 1550 Palladio aveva già prodotto un intero gruppo di
ville la cui scala e decorazione può essere vista come perfettamente
adeguata alla ricchezza e alla posizione sociale dei suoi proprietari;
i potentissimi e ricchissimi Pisani, banchieri e patrizi veneziani
avevano enormi volte e una facciata a loggia realizzata con pilastri
di pietra e paraste doriche bugnate; il ricco (per breve tempo)
e meno nobile esattore delle tasse sul sale Taddeo Gazzotto aveva
invece, nella sua villa a Bertesina, paraste di mattoni e soltanto
le basi e i capitelli scolpiti in pietra; Biagio Saraceno a Finale
aveva una loggia con tre campate ad arco (tripartita), ma senza
ordine architettonico. A villa Saraceno come a villa Poiana, Palladio
fu capace di conferire dignità e presenza ad una facciata
usando semplicemente un'orchestrazione di finestre, frontoni e logge
arcuate; i suoi committenti meno abbienti devono aver apprezzato
la possibilità di godere di edifici di grande impatto senza
dover spendere molto per la pietra e la sua lavorazione.
La reputazione di Palladio agli inizi, ed anche dopo la morte, si
è fondata sulla sua abilità di disegnatore di ville.
Durante la guerra della lega di Cambrai (1509-1517) erano stati
inferti ingenti danni a case, barchesse e infrastrutture rurali.
Il raggiungimento dei precedenti livelli di prosperità nella
campagna fu probabilmente lento, e avvenne soltanto negli anni quaranta,
con la crescita del mercato urbano delle derrate alimentari e la
decisione a livello governativo di liberare Venezia e il Veneto
dalla dipendenza dal grano importato, e specialmente da quello che
proveniva dal sempre minaccioso Impero ottomano. Questo enorme investimento
in agricoltura e nelle strutture necessarie alla produzione agricola
accelera il passo. Per decenni i proprietari terrieri avevano acquistato
costantemente, sotto lo stabile governo veneziano, piccole tenute,
ed avevano consolidato i loro domìni non solo attraverso
l'acquisto, ma anche con lo scambio di grandi poderi con gli altri
possidenti. Gli investimenti nell'irrigazione e le bonifiche mediante
drenaggio accrebbero ulteriormente il reddito dei ricchi latifondisti.
Le ville del Palladio - cioè le case dei proprietari fondiari
- rispondevano alla necessità di un nuovo tipo di residenza
rurale. I suoi disegni riconoscono implicitamente che non era necessario
avere un grande palazzo in campagna modellato direttamente su quelli
di città, quali sono di fatto molte ville della fine del
quindicesimo secolo (come l'enorme villa da Porto a Thiene). Qualcosa
di più piccolo, spesso con un unico piano principale abitabile,
era adatto come centro per controllare l'attività produttiva,
da cui derivava probabilmente la maggior parte del reddito del proprietario,
e per impressionare gli affittuari e i vicini oltre che per intrattenere
gli ospiti importanti. Queste residenze, benché fossero talvolta
più piccole delle ville precedenti, erano ugualmente efficaci
al fine di stabilire una presenza sociale e politica nelle campagne
ed erano adatte per il riposo, la caccia, e per sfuggire dalla città,
sempre potenzialmente malsana. Le facciate, dominate da frontoni
di solito decorati con le insegne del proprietario, annunciavano
una potente presenza in un vasto territorio pianeggiante, e non
avevano bisogno, per essere visibili, dell'altezza dei palazzi cittadini.
Le loro logge offrivano un luogo piacevole ed ombreggiato per pasteggiare,
per conversare o per le esecuzioni musicali, attività queste
che si possono vedere celebrate nella decorazione della villa, ad
esempio a villa Caldogno. Negli interni Palladio distribuiva le
funzioni sia verticalmente che orizzontalmente. Cucine, dispense,
lavanderie e cantine si trovavano al piano terreno: l'ampio spazio
sotto il tetto veniva impiegato per conservare il prodotto più
prezioso della tenuta: il grano, che incidentalmente serviva anche
per isolare gli ambienti abitabili sottostanti. Al piano principale,
abitato dalla famiglia e dai suoi ospiti, le stanze più pubbliche
(la loggia e il salone) si trovavano sull'asse centrale mentre a
destra e a sinistra vi erano delle infilate simmetriche di stanze,
dalle grandi camere rettangolari, attraverso le stanze quadrate
di medie dimensioni, fino a quelle rettangolari piccole, usate talvolta
dai proprietari come studi o uffici per amministrare il fondo.
L'abitazione dei possidenti spesso non era l'unica costruzione di
cui Palladio era responsabile. Le ville, nonostante la loro apparenza
non fortificata e le loro logge aperte, discendevano ancora direttamente
dai castelli ed erano circondate da un cortile recintato da un muro
che le dotava della necessaria protezione dai banditi e dai malintenzionati.
Il cortile ("cortivo") conteneva barchesse, torri colombaie,
forni per il pane, pollai, stalle, abitazioni per i fattori e per
i servitori domestici, stanze per fare il formaggio e cantine per
spremere l'uva. Già dal XV secolo si usava creare una corte
davanti alla casa, con un pozzo, separata rispetto al cortile di
servizio e con le sue barchesse, gli animali e gli spazi per battere
il grano. Giardini, orti di verdure e di spezie, vasche per i pesci
e, quasi invariabilmente, un grande frutteto (il "brolo")
erano tutti raggruppati o localizzati all'interno del muro di cinta.
Nei suoi disegni Palladio cercò di coordinare tutti questi
differenti elementi che nei complessi precedenti non erano collocati
in considerazione delle visuali simmetriche e delle gerarchie architettoniche,
ma soltanto in base alla forma dell'area disponibile, generalmente
delimitata da strade e corsi d'acqua. Anche l'orientamento era importante:
nei Quattro Libri, Palladio afferma che le barchesse dovrebbero
essere esposte a Sud in modo da tenere asciutta la paglia, per evitare
che fermenti e bruci. Palladio trovò ispirazione nei grandi
complessi antichi che somigliano alle dimore di campagna circondate
dalle loro dipendenze, o che forse credeva davvero fossero dei complessi
residenziali - esemplare è il tempio, che egli aveva rilevato,
di Ercole Vincitore a Tivoli. E' chiaro per esempio, che le barchesse
ricurve che costeggiano l'imponente facciata della villa Badoer
riprendevano quel che era ancora visibile del Foro di Augusto. Nel
suo libro Palladio mostra generalmente gli impianti di villa simmetrici,
ma in realtà era consapevole del fatto che qualora non fosse
stato possibile esporre entrambe le ali delle barchesse a Sud, come
nel caso di villa Barbaro a Maser, il complesso non sarebbe mai
stato costruito simmetricamente. Un esempio è la villa Poiana,
dove la grande barchessa con raffinati capitelli dorici è
certamente disegnata da Palladio. La barchessa esistente è
esposta a Sud, e non viene bilanciata da un elemento corrispondente
dall'altro lato della facciata principale.
Bisogna inoltre aggiungere che le barchesse, i muri di cinta e gli
elementi simili sono oggi a rischio ancor più delle parti
residenziali del complesso. Si è perso il senso dell'integrità
dell'impianto originale, e le barchesse, anche quelle disegnate
da Palladio, sono poco conosciute, in molti casi non sono ufficialmente
notificate e di conseguenza si rendono necessari notevoli sforzi
per salvaguardarle dalla distruzione o da danneggiamenti irreversibili.
Un esempio di opera palladiana in pericolo è proprio la barchessa
dorica di villa Poiana.
PALAZZI
Tra il 1542 e il 1550 Palladio era impegnato nella progettazione
di tre importanti palazzi di città, tutti a Vicenza: il palazzo
Thiene, il palazzo Porto, e il palazzo Chiericati che vengono tutti
analizzati in questo catalogo. Se la base economica delle principali
famiglie delle città venete derivava dalla campagna, la vita
politica convergeva invece nei centri urbani, dove la maggior parte
di coloro che costruivano e possedevano palazzi controllavano gli
affari cittadini come consiglieri. Nei centri come Verona e Vicenza
la nobiltà era generalmente divisa in due opposte "fazioni",
una a favore dei Francesi e dei Veneziani e l'altra degli Spagnoli,
secondo una partizione che rifletteva quella della scena politica
internazionale. In un certo senso queste fazioni costituiscono un
precedente dei partiti politici benché fossero innanzitutto
espressioni di una trama di relazioni tra clienti e protettori,
spesso violentemente animate da vendette e odî familiari.
Le famiglie a capo delle fazioni, come i Thiene e i Porto da un
lato, e i filo-ispanici Valmarana dall'altro, avevano una particolare
necessità di esprimere la loro supremazia con un palazzo
grandioso e competitivo. E la reputazione di Palladio era tale che
gli venivano richiesti progetti dai personaggi dominanti di gruppi
opposti.
Il primo tra i più importanti palazzi di cui Palladio si
occupò, il palazzo Thiene, venne iniziato nel 1542 per Marcantonio
Thiene e suo fratello, che in quel momento erano i personaggi più
ricchi della città. E' possibile ipotizzare, sulla base dei
dati stilistici, della testimonianza di Inigo Jones e degli stretti
rapporti che esistevano tra i Thiene e i Gonzaga, marchesi di Mantova,
che il disegno iniziale per il palazzo sia stato fatto da Giulio
Romano il quale visitò Vicenza nel 1542. Palladio, che non
aveva ancora raggiunto chiara fama e affermazione come architetto,
sarebbe stato impiegato in un primo momento solo per realizzare
i progetti dello stimatissimo Giulio Romano. Ma dopo la morte di
Giulio nel 1546, egli ebbe la possibilità di applicare le
proprie idee ed i propri motivi all'edificio, che poi pubblicherà
nei Quattro Libri come un lavoro interamente suo. Questa collaborazione
con Giulio fu probabilmente di grande importanza per Palladio: gli
diede la possibilità di entrare in contatto con un architetto
esperto ed incredibilmente sofisticato, le cui esperienze risalivano
agli ultimi anni della vita di Raffaello. E forse anche a Palladio,
come a Vasari durante la sua visita a Mantova, furono mostrati i
disegni di Giulio, tra i quali anche quelli per l'appena terminato
"Italienische Bau" della Stadtresidenz a Landshut. Questo
raffinato palazzo urbano che si collegava tramite un cortile al
"Deutsche Bau", iniziato poco prima dal Duca Ludwig X
(che aveva visitato Mantova, ed aveva molto ammirato il palazzo
del Te), sembra aver ispirato il modello palladiano dei due palazzi
gemelli che si affrontano affacciandosi entrambi su un cortile.
E' questo infatti lo schema inusitato che Palladio proporrà
prima per palazzo Porto e poi per palazzo Valmarana. Un progetto
non realizzato per la facciata di palazzo Porto, disegnato tra il
1542 e il 1544, con un ordine di paraste che abbraccia sia le finestre
del piano nobile che il mezzanino, ricorda anch'esso l'alzato del
cortile del palazzo a Landshut.
L'AFFERMAZIONE DELLO
STILE PERSONALE DI PALLADIO
A palazzo Porto, a villa Poiana, alla Basilica e a palazzo Chiericati,
Palladio completa l'assimilazione delle lezioni dei suoi più
influenti contemporanei; e passa dall'ecclettismo degli anni '40
alla formulazione di un proprio inconfondibile linguaggio, mostrando
allo stesso tempo un'intelligenza architettonica di altissimo livello.
Nel caso della Basilica, per esempio, egli crea una quinta monumentale
di particolare magnificenza intorno ad un nucleo preesistente (con
le botteghe al piano terra, e la grande sala dei consigli cittadini
sovrastante). La struttura, realizzata in solida pietra, è,
nonostante il suo aspetto romano, quasi gotica nel combinare leggerezza
e solidità. Prendendo spunto dagli anfiteatri di Arles e
Nimes, le semicolonne addossate ai pilastri con la loro trabeazione
aggettante costituiscono un efficace modo di contraffortare e rinforzare
il principale elemento portante che deve resistere alle spinte delle
volte retrostanti - le logge precedenti, che Palladio sostituì
con questa costruzione, avevano infatti subito un cedimento strutturale.
L'adozione del motivo della serliana, che era stata usata da Sansovino
nella Libreria e da Giulio Romano (ad esempio nell'interno dell'abbazia
di San Benedetto Po), combinato da Palladio con i robusti ma sottili
pilastri si rivelò una scelta brillante. Questa soluzione
fa sì che il massimo di luce penetri all'interno dell'edificio
(la luminosità viene inoltre aumentata dagli oculi che si
aprono nei pennacchi) e che le inevitabili irregolarità dell'alzato
siano assimilate in maniera discreta, quasi impercettibile, negli
spazi tra l'ordine minore e i pilastri, lasciando gli elementi principali,
pilastri ed archi, uguali e regolari.
La raffinatezza del disegno di Palladio, in cui gli elementi funzionali,
strutturali ed estetici giocano tutti un loro ruolo, si deve osservare
anche nei dettagli, come la scelta della base cilindrica (ossia
la base tuscanica secondo Vitruvio) invece della normale base attica
per l'ordine dorico minore. Quest'ultima è una mossa funzionale,
poiché le basi cilindriche senza alcun plinto non sporgono
affatto e dunque non intralciano coloro che entrano ed escono dall'edificio;
al contempo, la semplificazione della forma della base (ripetuta
anche al livello superiore) è una maniera di evitare la fastidiosa
proliferazione dei dettagli più piccoli, enfatizzando l'impatto
delle grandi basi attiche. Bisognerebbe aggiungere che Palladio
non progettò soltanto un esterno. In origine le volte a crociera
che coprivano i larghi passaggi trasversali erano trattate con un
intonaco bianco brillante una cui componente era la pietra polverizzata.
L'interno si leggeva quindi in continuità con l'esterno anche
nel colore e nella grana della superficie. Un grande spazio romano,
paragonabile alla sala del mercato dei Fori di Traiano con una grande
serliana a chiudere la prospettiva. Il pessimo stato in cui oggi
appaiono le volte, senza stucco, con i mattoni scoperti, ci priva
dell'impressionante esperienza spaziale creata da Palladio.
Non è compito di questo breve saggio introduttivo di ripercorrere
tutta la lunga e prolifica carriera di Palladio, ma soltanto di
suggerire alcuni aspetti della sua formazione e del suo approccio
al disegno di architettura. Un resoconto cronologico delle sue opere
dopo il 1550 deve tenere in considerazione l'ulteriore arricchimento
della sua cultura architettonica durante questo decennio a metà
del Cinquecento, risultato della sua stretta collaborazione con
un'altra grande figura intellettuale, il patrizio veneziano Daniele
Barbaro. Fu Palladio a fornire quasi tutte le illustrazioni per
la monumentale traduzione di Vitruvio (con commentario integrale)
redatta dal Barbaro. Questo sforzo definì ulteriormente il
linguaggio architettonico di Palladio; servì inoltre a fissare
alcuni elementi che egli avrebbe utilizzato costantemente nei suoi
disegni, come la facciata a tempio con frontone per le ville e l'ordine
gigante con colonne libere che si estende su due piani e che deriva
dalla sua ricostruzione della basilica di Fano descritta da Vitruvio.
Palladio realizzò in pietra quest'ultima efficace soluzione
a villa Sarego. Il carattere innovativo dell'approccio al disegno
delle chiese e delle loro facciate da parte di Palladio viene affrontato
altrove in questo catalogo. Dovrò sorvolare su altri lavori,
come ad esempio il ponte di legno a Bassano, privo di decorazioni,
ma bello e strutturalmente elegante. Né vi è spazio
per analizzare uno degli ultimi lavori dell'architetto, il teatro
Olimpico a Vicenza, un'erudita, ma anche miracolosamente vitale
resurrezione dell'impianto di un antico teatro romano.
I QUATTRO LIBRI E L'INFLUENZA DEL PALLADIO
Una delle più importanti creazioni del Palladio non può
essere tralasciata, perché ha troppo a che fare con la mostra.
I Quattro Libri (Venezia, 1570) rappresentano l'autorevole testamento
architettonico di Palladio, nel quale egli espone le sue formulae
per gli ordini, per le misure delle stanze, per la progettazione
delle scale e per il disegno dei dettagli. Nel Quarto Libro egli
pubblicò le ricostruzioni dei templi romani che aveva studiato
più attentamente, e nel Secondo e nel Terzo libro offrì
(cosa che nessun architetto aveva fatto prima) una sorta di retrospettiva
dei suoi disegni per palazzi, ville, edifici pubblici e ponti.
Concisi e chiari nel linguaggio, efficaci nel comunicare informazioni
complesse coordinando tavole e testi, i Quattro Libri rappresentano
la più preziosa pubblicazione illustrata di architettura
che si sia avuta fino a quel momento. Ci si può rendere conto
dell'intelligenza e della chiarezza dell'"interfaccia"
che Palladio offre ai suoi lettori se lo si confronta con i libri
di architettura di Serlio che iniziarono ad apparire dal 1537. Mentre
Serlio non riporta le misure nelle tavole, ma le include all'interno
del testo, Palladio lo libera da questo appesantimento, e colloca
le proporzioni direttamente nelle piante e negli alzati. A differenza
di Serlio, egli presenta gli edifici e i loro dettagli in uno stile
uniforme, rielabora i disegni che aveva tratto da altri architetti,
e riporta tutte le dimensioni in una scala metrica comune: il piede
vicentino, lungo 0, 357 mm.
Quindi non fu solamente l'architettura palladiana con la sua base
razionale, la sua grammatica chiara, la sua inclinazione domestica,
ma fu anche la capacità comunicativa del suo libro che portò
all'immensa influenza del Palladio sullo sviluppo dell'architettura
del Nord Europa, e più tardi in Nord America.
E' chiaro che - come aveva capito Inigo Jones - Palladio non rivelò
tutti i suoi segreti nei Quattro libri. Egli non ha detto esattamente
come si possa progettare seguendo un sistema senza diventare noiosi
e ripetitivi; non ha spiegato con esattezza come e quando forzare
le sue stesse regole; e neanche come usare un disegno per generare
molte idee e disegni nuovi partendo da un singolo schema iniziale,
o perché sia importante fare sempre degli schemi alternativi.
Non ha spiegato come disegnare un dettaglio in modo che questo potesse
essere perfetto non per un edificio qualsiasi, ma per uno in particolare,
come le finestre di villa Poiana sono perfette per questa villa
e quelle della Rotonda lo sono per la Rotonda. Scrivendo i Quattro
Libri si proponeva certo di educare, migliorare il livello generale
del disegno architettonico. Ma come tutti i bravi insegnanti (e
tutti i maestri con i loro allievi) egli forse sapeva che è
meglio lasciare ai discepoli qualcosa che possano scoprire da soli.
Howard Burns
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