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PALAZZO
BARBARAN DA PORTO |
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Il
palazzo |
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Palazzo
Barbaran da Porto è sempre stato oggetto di perplessa cautela
da parte degli studiosi, considerato la meno palladiana fra le realizzazioni
del grande architetto vicentino. Asimmetrica la facciata, con l'ingresso
posto sulla terza delle nove campate, e ugualmente il cortile, che
si sviluppa lateralmente rispetto all'asse di penetrazione, per di
più dominato da una imponente loggia a doppio ordine solo sul
lato meridionale. Esuberante la decorazione esterna, con festoni e
bassorilievi. Poichè in nulla sembrava corrispondere ai rigidi
canoni astratti con cui gli studiosi settecenteschi e ottocenteschi
avevano normalizzato l'opera palladiana, non restava altro che considerarlo
un progetto minore, dove l'architetto era stato costretto a derogare
dalle sue preferenze a causa della "invincibile violenza"
che Ottavio Bertotti Scamozzi imputava al committente dell'edificio,
il nobile vicentino Montano Barbarano. Ma se si abbandonano le lenti
deformanti cui ci ha abituato una certa critica, e guardiamo il palazzo
per quello che è, ci troviamo di fronte a una delle opere più
affascinanti di Palladio, dove i pesanti condizionamenti e vincoli
posti dal sito e da un committente esigente diventano occasione di
soluzioni coraggiose e raffinate.
Innanzitutto va sgombrato il campo dai dubbi sulla autografia palladiana
di tutte le parti dell'edificio, a partire dall'apparato decorativo
della facciata. Non c'è motivo di dubitare che tutta la decorazione
a stucco sia contemporanea all'intervento palladiano. I trofei in
stucco che Lorenzo Rubini colloca a lato della finestra della campata
d'ingresso al palazzo sono assai vicini a quelli della Loggia del
Capitanio, in costruzione negli stessi anni. Anche i bassorilievi
del primo ordine del fronte su contra' Porti, fino a qualche anno
fa ritenuti a torto settecenteschi, sono coevi al resto della decorazione.
Sono infatti descritti da Inigo Jones, il famoso architetto inglese
che visita il palazzo nell'agosto del 1614, come ha brillantemente
segnalato Margaret Binotto già nel 1986.
Allo stesso modo, sicuramente palladiana è l'architettura dell'edificio.
Fra il febbraio e l'agosto 1572 Palladio segue personalmente il cantiere
della facciata, cominciato due anni prima e probabilmente ultimato
nel 1575. Nella mappa Angelica del 1580 sono ben visibili le due campate
del fianco del palazzo su contra' Riale, e l'assenza della loggia
sul cortile dipende probabilmente dalla tecnica di rilevazione. La
loggia è in ogni caso nominata in un documento del 1592, e
descritta da Jones nel 1614.
Del resto, Palladio stesso pubblica il progetto per il palazzo "del
Conte Montano Barbarano in Vicenza" alle pagine 22 e 23 del secondo
dei suoi Quattro Libri dell'Architettura, editi a Venezia nel
1570. Per la verità, del palazzo Palladio pubblica due progetti
diversi, dei quali uno presentato in pianta e sezione, e il secondo
- che corrisponde a quello poi eseguito - solamente in facciata. Spiega
egli stesso il motivo di tale ambiguità, scrivendo di aver
dovuto modificare all'ultimo momento il progetto già predisposto
a causa dell'acquisto da parte di Montano Barbarano di una casa adiacente,
con conseguente ampliamento dell'area di intervento. Del primo progetto
per un sito più piccolo sono conservati nella biblioteca del
Royal Institute of British Architects di Londra tre versioni,
registrate in disegni autografi palladiani particolarmente affascinanti,
uno dei quali costituisce la base per l'incisione presente nei Quattro
Libri. È un edificio simmetrico, con un fronte di sette
campate, e un piccolo cortile in asse con l'ingresso su cui si apre
una loggia. L'acquisizione della casa adiacente sconvolge evidentemente
il progetto appena approntato e la simmetria dell'edificio. Palladio
è costretto ad aggiungere due campate sul fianco sinistro della
facciata, rendendo decentrata la posizione dell'ingresso, e a ingrandire
sul fianco sinistro il piccolo cortile. Ma le difficoltà non
si limitano a queste. I documenti d'Estimo del 1563 testimoniano la
presenza della vecchia casa di Montano Barbarano all'angolo fra contra'
Riale e contra' Porti. Come dimostra Margaret Binotto, in alcuni ambienti
di questa vecchia casa Montano aveva dato il via già intorno
al 1565 a un sontuoso apparato decorativo, affidando a Battista Zelotti
la decorazione ad affresco, a Lorenzo Rubini quella a stucco, e allo
stesso Palladio la realizzazione di un bellissimo camino in marmo
rosso. Nel successivo intervento degli anni Settanta, Palladio non
può quindi impostare il palazzo su un'area sgombra, costruendo
ex-novo l'edificio, ma piuttosto effettuare una sapiente quanto complessa
"ristrutturazione" che inglobi in un edificio unitario le
costruzioni già esistenti. Ciò spiega perchè
in palazzo Barbaran da Porto i muri siano di spessori diversi e non
si incontrino mai, in nessuna stanza, ad angolo retto. Palladio riesce
a ribaltare una situazione così compromessa dalle vincolanti
preesistenze, rendendole occasioni di geniali soluzioni progettuali.
Si rende conto che deve abbandonare i propri schemi abituali, e mutare
strategia. Del resto, a più di sessant'anni, ha ormai acquisito
una tale padronanza dei propri mezzi espressivi da poter andare oltre
le regole che egli stesso aveva definito. Capisce che cercare di ridurre
a simmetria il disorganico complesso non avrebbe possibilità
di successo. Sceglie quindi di concentrarsi su alcuni nodi fondamentali
del progetto, caricandoli di una forza espressiva tale da distrarre
l'osservatore dalle reali incongruenze della pianta. Nello spazio
residuo fra la vecchia casa di Montano Barbarano e quella recentemente
acquisita imposta un grande atrio con al centro quattro colonne, che
fra l'altro gli consentono di ridurre la luce della volta e sorreggere
efficacemente il pavimento del grande salone al piano nobile. L'effetto
è quello di un grande spazio a tre navate, che ricostruisce
l'atrio della domus romana. Nel cortile, constatata l'impraticabilità
di una soluzione simmetrica, imposta solo su un fianco lo straordinario
"a solo" di una imponente loggia a doppio ordine di colonne,
ispirata al peristilio della casa degli antichi romani. Introduce
cioè un elemento eccezionale, con un tocco spregiudicato e
scenografico, che domina il cortile e distoglie lo sguardo dell'osservatore
dalla asimmetria dell'insieme. È affascinante ritrovare, nel
grande architetto ormai ultra sessantenne, una freschezza e una libertà
espressiva senz'altro superiori a quella dei suoi successivi esegeti.
Essi infatti rimarranno perplessi di fronte al palazzo, spiazzati
da un linguaggio architettonico che, proprio perchè lingua
viva e non morta sommatoria di regole e canoni, è in grado
di inventare nuove parole e organizzarle in una inedita sintassi,
senza per questo rinunciare a un controllo attentissimo dell'irregolarità
degli spazi, laddove possibile. Basti guardare il modo in cui risolve
il difficile problema di fare apparire simmetrico lo spazio dell'atrio,
che in pianta non si presenta come un rettangolo ma una sorta di trapezio
sghembo. Palladio infatti mantiene regolare la larghezza della navata
centrale dell'atrio, quella percorsa dall'osservatore, e sulle colonne
imposta una sorta di serliana. Come nel caso delle logge della Basilica,
saranno i tratti di trabeazione rettilinea che collegano le volte
centrali al muro a variare impercettibilmente di larghezza, assorbendo
le irregolarità planimetriche.
Molto è ancora da approfondire sulla costruzione e decorazione
del palazzo, e molto ci si aspetta dalla pubblicazione degli studi
effettuati dalle Soprintendenze nel corso degli accurati restauri,
condotti per la parte architettonica dalla Soprintendenza ai Beni
Ambientali e Architettonici di Verona, Vicenza e Rovigo sotto la direzione
di Sabina Ferrari, e per gli apparati decorativi dalla Soprintendenza
per i Beni Artistici e Storici del Veneto, guidata da Filippa Aliberti
Gaudioso e seguiti personalmente da Elisa Avagnina, che ha già
anticipato parte dei risultati.
Va notato in conclusione, che il Centro Internazionale Studi di Architettura
si è insediato nel meno convenzionale degli edifici palladiani.
Un buon auspicio per una Istituzione che nella nuova sede dovrà
interpretare il proprio ruolo a Vicenza e nel mondo con vivacità
e coraggio.
Guido Beltramini
direttore del C.I.S.A. Andrea Palladio |
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